Sufismo e politica nelle società contemporanee: etica e democrazia

Il rinnovamento sufi del 21° secolo, in particolare in Europa e nel Maghreb, è caratterizzato dalla presenza di leader carismatici, considerati “santi viventi”, quali Shaykh Nazim (Naqshbandiyya), Shaykh Hamza (Būdshīshiyya), Muzafer Ozak (Jerrahiyya-Khalwatiyya) e Shaykh Bentounes (ʿAlāwiyya). Questi maestri sufi sono stati in grado di attrarre nuovi discepoli provenienti da culture, etnie, classi sociali e contesti assai differenti gli uni dagli altri. Insieme, hanno radunato diverse migliaia di discepoli. Inoltre, questo rinnovamento sufi ha iniziato a giocare un ruolo di primo piano nella sfera pubblica.

Così come uno specifico pensiero teologico non implica una singola visione politica, nel sufismo le visioni politiche sono assai differenti le une dalle altre. Analizzando la storia del sufismo, possiamo riconoscere un ampio spettro di posizioni politiche nei confronti della società: dalle posizioni settarie all’attivismo militante, passando per un ascetico disinteresse. Nel sufismo contemporaneo, possiamo riconoscere la stessa pluralità e varietà di posizioni politiche.

Detto questo, è evidente come una nuova tendenza politica ed ideologica si sia sviluppata all’interno delle confraternite sufi negli ultimi decenni. Questo processo è stato denominato “contro-riformismo sufi” da Mark Sedgwick, il quale ha sviluppato il concetto nella sua analisi della confraternita Būdshīshiyya in Marocco. Il contro-riformismo sufi, che si contrappone al riformismo sufi, descrive una varietà di posizioni ed organizzazioni politico-teologiche sviluppatesi tra il XVIII e il XX secolo, quali i Fratelli Musulmani, i Salafi, gli Wahabi.

@ Francesco Piraino, Clavière (Italia) 2014, confraternita sufi Ahmadiyya-Idrisiyya Shadhiliyya

D’altra parte, alcuni ordini sufi non si oppongono solo all’islamismo, ma sono partecipi in modo proattivo nella sfera pubblica. Diversi discepoli sufi sono impegnati nel dibattito democratico (per esempio Khaled Bentounes, Éric Geoffroy, Bariza Khiari, Abd Al Malik, e Faouzi Skalli), e sostengono che non solo l’islam è compatibile con la democrazia, ma che addirittura può esserle di aiuto e sostegno.

Secondo questa prospettiva, la politica sufi non può essere ridotta ad un insieme di risposte e reazioni a fenomeni quali la capitolazione dei cosiddetti valori europei, o il risultato di un processo di secolarizzazione. Al contrario, la forza che guida questo impegno è una particolare interpretazione dell’islam e del sufismo.

Infatti, molti discepoli e maestri sufi propongono un islam universale ed inclusivo, nel quale c’è spazio per differenze religiose, etniche e di genere. Questo approccio politico non cerca lo scontro. Queste confraternite sufi organizzano incontri interreligiosi ed interculturali, scrivono testi, compongono musica e poesie. Sono impegnati in modo attivo nella politica culturale piuttosto che nelle attività di singole fazioni politiche.

L’impegno democratico di alcune confraternite sufi solleva del resto parecchie domande: quali sono le relazioni fra questi ordini e le democrazie cosiddette autoritarie (ad esempio Algeria e Marocco)? Questo approccio politico è efficace? Qual è l’influenza del contesto europeo su queste politiche? Quali sono le conseguenze teologiche di questo impegno politico?

Il mio obiettivo è di rispondere a queste ed altre domande che sorgeranno nel corso della mia ricerca.

Questo progetto è finanziato dal programma Ricerca e Innovazione dell’Unione Europea Horizon 2020; sotto contratto di sovvenzione “Sufism, Etica e Democrazia”, Progetto ID 751729.

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